Corsi di gentilezza nelle aziende italiane e americane

Corsi di gentilezza nelle aziende italiane e americane

Corsi di gentilezza nelle aziende italiane e americane

7 marzo 2017 0 commenti

Lezioni di buon comportamento con colleghi e sottoposti; invio di cartoline di ringraziamento per il lavoro svolto; assegnazione di stellette agli impiegati più gentili. In alcuni uffici si è capito che la gentilezza ‘paga’: rende più produttivi i lavoratori.

Oggi la gentilezza fa tendenza. Soprattutto negli uffici degli Stati Uniti, dove, già da qualche anno, un approccio gentile nei confronti di colleghi, capi e sottoposti viene incentivato e, in alcuni casi, addirittura premiato. Si parla di “aziende coi fiocchi” a cominciare dalla National Security Agency, l’agenzia di sicurezza nazionale, dove i dipendenti gentili vengono “decorati” con le stellette dell’educazione, che si traducono in tempo libero retribuito. Ma anche la Southwest Airlines, la principale compagnia aerea low cost degli Stati Uniti, promuove uno stile gentile tra i dipendenti con suggerimenti di invio di auguri scritti di pronta guarigione ai colleghi in malattia e congratulazioni per matrimoni o nascite.

A New Orleans, al centro medico Ochsner, invece, vige la regola dei dieci quinti, che “obbliga” i dipendenti a guardare negli occhi tutti quelli che camminano a una distanza di 10 piedi (3 metri circa) e a salutare con il sorriso i colleghi, sconosciuti compresi, che gravitano nell’orbita di 5 piedi (1 metro e mezzo circa).

Apprezzata anche in Italia

Anche da noi, per fortuna, la gentilezza al lavoro sta diventando un valore riconosciuto e apprezzato. «Ci sono aziende», spiega Alessandro Zollo, amministratore delegato di Great Place to Work, una società di consulenza e formazione per creare e sostenere ambienti di lavoro eccellenti, «che stanno lavorando in questa direzione. Medtronic Italia Spa, attraverso la sua rete intranet, mette a disposizione dei suoi collaboratori cartoline di ringraziamento da inviare ai colleghi per il lavoro svolto.

Inoltre ha realizzato un programma di riconoscimento a punti che dà ai manager la possibilità di premiare chi è particolarmente meritevole. I punti accumulati danno diritto a biglietti omaggio a cinema, teatri, eventi e viaggi. Microsoft Italia dispone addirittura di una vera e propria squadra di addetti al riconoscimento, il cui scopo è quello di segnalare ai manager i migliori tra i sottoposti. Infine, l’azienda di Servizi Cgn, il primo gruppo italiano sul mercato nazionale per la consulenza fiscale e giuslavoristica, promuove un seminario di formazione di tre giorni per i neoassunti. Lo scopo è quello di avviare un processo di apprendimento delle attitudini gradite all’azienda che si basano, appunto, sulla gentilezza: i neoassunti devono tenere un diario su cui annotare gli avvenimenti positivi della giornata, migliorare le relazioni con gli altri, fare un gesto altruistico e ringraziare ogni giorno qualcuno.

Ragioni economiche

Ma perché la gentilezza sta assumendo un ruolo così importante nel mondo del lavoro? Prima di tutto per ragioni economiche. La mancanza di gentilezza ha infatti un costo e anche piuttosto oneroso. Gli americani hanno provato a quantificarlo. La cifra è da capogiro: più di otto milioni di dollari l’anno (dati Cisco), stima che tiene conto del tempo perso a pensare al collega sgradevole e maleducato, degli effetti di uno scarso impegno in azienda e del turn over dei lavoratori. La gentilezza quindi è vantaggiosa e non è affatto un caso che la si insegni nelle aziende. Ce ne parla Cristina Milani, psicoterapeuta svizzera, fondatrice della onlus elvetica Gentletude e vicepresidente del World Kindness Movement (Movimento mondiale della gentilezza): «La decisione di insegnare la gentilezza negli uffici è nata proprio dalla richiesta di alcuni manager consapevoli dei danni provocati nei loro collaboratori da atteggiamenti arroganti e individualisti. In questi contesti la gentilezza predispone alla condivisione dei problemi e favorisce la solidarietà tra colleghi, il rispetto dei ruoli, la cura dei rapporti umani e la pazienza tra gli individui. Tutto ciò determina un aumento della performance lavorativa e rende le aziende più produttive». Ma concretamente come si insegna? «Non esiste un percorso standard applicabile a tutte le aziende, ma in genere si parte da un’analisi di una situazione in cui è stato assunto un atteggiamento aggressivo e si comprendono le cause. Quindi si lavora sulle modalità migliori per affrontare in modo gentile la medesima situazione», continua Milani. «Talvolta gli atteggiamenti poco gentili sono espressione di personalità insicure che si rapportano con gli altri in maniera primitiva perché sentono, innanzitutto, di dover proteggere se stessi da eventuali attacchi esterni».

Alt ai capi arroganti

Anche il capo burbero, quello che genera un clima di vero e proprio terrore intorno a sé, ha i giorni contati. Oggi, infatti, non è più considerato un modello da imitare. Lo ha dimostrato una ricerca condotta dall’Università Bocconi, in collaborazione con l’Inali e presentata lo scorso aprile a Milano. Lo studio ha preso in esame quattrocento aziende italiane, mettendo in relazione le loro performances con i tratti caratteriali dei leader. Gli staff che lavoravano alle dipendenze di boss equi e gentili producevano i risultati migliori. «I dipendenti devono respirare un clima di fiducia, rispetto ed equità. Ciò li rende orgogliosi di ciò che stanno facendo e li spinge a lavorare meglio. Se il capo è gentile si produce di più e si sviluppano talenti», conclude Cristina Milani, che aggiunge: «Il capo gentile è colui che conosce se stesso molto bene, cioè è cosciente sia dei propri limiti sia dei suoi punti di forza. Quando serve, sa usare il “pugno di ferro”, ma non diventa mai prepotente né arrogante. È in grado di affrontare e risolvere le difficoltà, esprimere le proprie emozioni e comprendere quelle degli altri. In una parola: è capace di empatia». Ne è convinto anche Nicola Ghezzani, psicoterapeuta di Roma e autore di Le eclissi dell’anima (Franco Angeli), che ribadisce: «Senza empatia la gentilezza è impossibile perché non si entra in contatto vero e profondo con l’altro. La gentilezza priva di empatia è semplicemente un atto formale fine a se stesso». Gli fa eco Giuseppe Vercelli, psicoterapeuta e docente di psicologia sociale all’Università di Torino: «Essere gentili significa essere capaci di stare in contatto con l’altro, accogliendolo. Chi ha questa dote è di solito una persona equilibrata con una buona autostima, cioè con una percezione corretta di sé, senza eccessi di autostima o al contrario di disistima. Ciò gli permette di entrare in sintonia con l’altro».

Innata o appresa?

Insomma, esiste una sorta di predisposizione a essere gentili, e quindi empatici, e dipende soprattutto da come ci si relaziona con se stessi. Ma se è vero che l’empatia dipende dai nostri geni e dall’ambiente in cui siamo cresciuti, qualcosa si può anche fare per acquistarla, diventando così più gentili. «Per esempio si può puntare su rapporti umani più autentici», spiega Ghezzani, «stabilendo relazioni di intimità con l’altro; si può anche cercare di abbattere le proprie difese e aprirsi a un dialogo più aperto e franco. Un aiuto può venirci anche dalla musica e dalla letteratura, strumenti che permettono un profondo dialogo con se stesi

Attenzione ai falsi

«La gentilezza eccessiva», dice Giuseppe Vercelli, «può essere percepita come falsa e stucchevole e, il più delle volte, in effetti lo è. Quando la gentilezza è autentica, infatti, non genera mai un’impressione come questa. Anche la cortesia finalizzata a uno scopo preciso, e cioè l’essere disponibili e attenti solo perché si desidera ricevere qualcosa, non ha nulla a che vedere con la vera gentilezza: si tratta, ovviamente, solo di un atteggiamento opportunista». Non dimentichiamo però che la gentilezza è anche una questione culturale: «I giapponesi e gli asiatici in generale tendono a essere più gentili e attenti al prossimo», spiega Ghezzani. «I loro atteggiamenti infatti sono spesso percepiti come eccessivi da noi occidentali. In realtà la gentilezza orientale si basa su una maggior coesione sociale e su un valore unanimemente ritenuto fondamentale: il benessere della collettività. Ciò si contrappone alla cultura occidentale, tendenzialmente più individualista». E ci sono anche esempi di segno opposto: «Nell’Europa orientale e in particolare nella zona dei Balcani», conclude Vercelli, «la gentilezza nei rapporti sociali desta sospetto e viene spesso considerata una forma di falsità. Da sempre non rientra nei valori trasmessi con l’educazione: per questo la gente qui vi è ben poco avvezza e tende a non praticarla».

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