Laurea? No, grazie: laureati più precari che fra i diplomati

Laurea? No, grazie: laureati più precari che fra i diplomati

Laurea? No, grazie: laureati più precari che fra i diplomati

10 luglio 2017 0 commenti

L’Istat emette la sua sentenza: pensione sempre più bassa e lontana.

Non arrivano buone notizie dall’Istat e dai comunicati del Presidente Giorgio Alleva, in merito allo stato occupazionale, alla formazione dei lavoratori precari e alle pensioni. Paradossalmente, in base agli ultimi dati emersi, conviene più fermarsi al diploma ed intraprendere subito la carriera e ricerca lavorativa, piuttosto che approfondire gli studi all’Università o corsi specializzati come i Master.

I numeri pubblicati su ilSole24Ore sono sconfortanti e spingono tutti nella stessa direzione: meno libri e più lavoro, possibilmente appena diplomati. Non serve perdere altro tempo, lo confermano parole e numeri snocciolati dal Presidente Istat: “L’occupazione atipica al primo lavoro è diffusa anche per titoli di studio secondari superiori o universitari e cresce all’aumentare del titolo di studio, essendo pari al 21,2% per chi ha concluso la scuola dell’obbligo e al 35,4% per chi ha conseguito un titolo di studio universitario. La quota di lavoratori temporanei, già in partenza più consistente fra i giovani, aumenta dal 1997”.

Il lavoro precario

Un dato piuttosto eclatante e ridondante riguarda la categoria maggiormente interessata dal dato in questione: “Il lavoro precario, cosiddetto “atipico”, è più diffuso tra i giovani di 15-34 anni tanto che circa 1 occupato su 4 svolge un lavoro a termine o una collaborazione. Nel 2016 un terzo degli atipici ha tra 35 e 49 anni, con un’incidenza sul totale degli occupati dell’8,9%; tra le donne il 41,5% delle occupate con lavoro atipico è madre”. Tale trend è confermato anche dai dati settoriali pubblicati su Jobberone, dai quali emerge che “Gli occupati a tempo determinato sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli a tempo indeterminato, tendenza  ormai consolidata da diversi anni nel nostro paese, e non solo”.

Il campo delle pensioni

Esplorando il campo delle pensioni non giungono notizie più rosee, anzi, le prospettive sono piuttosto cupe per le nuove generazioni: “Il basso tasso di occupazione dei 25-34enni (60,3% nella media del 2016) costituisce una grande debolezza per il presente e il futuro di queste generazioni che rischiano di non avere una storia contributiva adeguata. Ciò si rifletterà su importi pensionistici proporzionalmente più bassi rispetto a carriere lavorative regolari, cioè con salari adeguati e continuità nel versamento dei contributi. Lo scarso impiego di queste fasce di età indica, poi, una grave situazione di sottoutilizzo di un segmento di popolazione ad elevato impatto potenziale sullo sviluppo economico del Paese”.

Pensioni, dunque, sempre più lontane e basse: “Dal 2021 l’età per la vecchiaia salirebbe a 67 anni e 3 mesi mentre per i successivi aggiornamenti, a partire da quello nel 2023, si prevede un incremento di due mesi ogni volta. Con la conseguenza che l’età pensionabile salirebbe a 68 anni e 1 mese dal 2031, a 68 anni e 11 mesi dal 2041 e a 69 anni e 9 mesi dal 2051. Il prossimo aggiornamento entrerà in vigore dal primo gennaio 2019 e sarà costruito sul triennio 2013-2016”.

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