L’invasione degli alieni in Italia

L’invasione degli alieni in Italia

L’invasione degli alieni in Italia

8 Febbraio 2017 0 commenti

I daini, originari del Nordafrica, non sono più una novità in Italia, ma molti altri animali sono approdati nel nostro paese nei modi più strani: con gli allestimenti dell’Expo, viaggiando nelle valigie dei turisti o attaccandosi alle tavole dei surfisti. Il guaio è che qui hanno trovato cibo abbondante e ambiente ideale per riprodursi. Ma fanno molti danni. Altro che alieni! La vera invasione da cui guardarsi è quella degli animali che provengono da luoghi lontani e che si stabiliscono nei boschi, nei fiumi e nei giardini di casa nostra.

I biologi li definiscono “alloctoni” o più semplicemente “specie aliene”, indicando così la loro origine estranea al luogo in cui sono stati trovati. In pratica sono animali (ma spesso anche piante o funghi) che sono presenti in un territorio nel quale non dovrebbero esserci. Ne sono esempio le formiche rosse del Sudamerica, scoperte a pochi chilometri da Milano dai ricercatori Bicocca, intenti a studi; tre l’eventuale impatto ambientale dell’Expo. «Con molta probabilità queste formiche tropicali sotto state trasportate con le piante utilizzate per gli allestimenti dei padiglioni esotici», spiega Casiraghi, docente di zoologia all’Università degli studi di Milano-Bicocca e tra gli autori della ricerca.

«Ci aspettavamo che un evento mondiale come l’Expo potesse essere una porta di Ingresso per diverse specie estranee». Per questo il comitato organizzativo dell’Expo, l’Arpa (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) e l’Università di Milano hanno voluto giocare d’anticipo con il sistema di early waning (allarme preventivo), monitorando l’ambiente per intervenire tempestivamente in caso di rischio. Grazie a tecniche di indagine biomolecolare, i ricercatori hanno scandagliato il sito dell’ Expo, scoprendo che durante la manifestale, nell’acqua e nell’aria locale vi erano tracce di frammenti di Dna alieno: «Oltre a quello della formica tropicale, abbiamo individuato il Dna di animali appartenenti a oltre 500 generi estranei al nostro territorio, perlopiù insetti e altri invertebrati del suolo», aggiunge Casiraghi. Una vera e propria annata, le cui tracce sono fortunatamente scomparse una volta terminata l’esposizione universale. «In caso contrario, grazie a questo sistema di monitoraggio precoce saremmo stati in grado di intervenire subito con progetti di contenimento ed eradicazione».

Le uniche armi efficaci

Il contenimento e l’eradicazione, ovvero il confinamento in area ristretta o l’eliminazione diretta dell’invasore, sono a oggi le  uniche armi efficaci per contrastare la diffusione delle specie aliene. Prevenire la loro diffusione è praticamente impossibile. La libera circolazione di merci e persone, l’import-export da un capo all’altro del mondo di generi di ogni tipo (tra cui moltissimi prodotti agricoli) fanno si che assieme a bagagli, imballaggi e container ogni giorno viaggino anche larve e uova di insetti e di parassiti. Un popolo di viaggiatori nascosti, che, giunti a destinazione, o soccombono perché inadatti al nuovo ambiente o viceversa si ritrovano in un vero paradiso terrestre, dove il clima è più mite, il cibo abbonda e mancano totalmente i predatori specializzati nella loro caccia.

In Veneto 30 milioni di danni

Arrivata in Italia dalla Cina nel 2012, la famigerata cimice asiatica, secondo Coldiretti, nel 2016 è stata responsabile di ben 30milioni di euro di danni all’agricoltura veneta, da cui miracolosamente si è salvata la vendemmia del prosecco perché eccezionalmente tardiva. Ancor più pericoloso è il tarlo asiatico (Anopophom chinensis), diffusosi dall’Oriente prima negli Usa e poi nel Nord Europa giungendo nel nostro Paese nel 2000.

Questo insetto nero a pois bianchi di 2-3 cm e dalle lunghe antenne scava profonde gallerie nel tronco delle latifoglie (come aceri, faggi, querce, ippocastani, betulle, olmi) riuscendo a sgretolare in breve tempo vaste aree boschive. Per contrastarlo, non avendo trovato altri rimedi se non l’abbattimento diretto delle piante colpite, alcuni esperti non escludono di “importare” dall’Oriente anche il suo naturale antagonista. Una soluzione che è stata attuata in extremis anche contro un altro temutissimo invasore, la vespa cinese del castagno, che negli ultimi cinque anni ha messo in ginocchio la produzione di marroni e castagne di Piemonte e Toscana.

Un fenomeno sempre esistito

La colonizzazione delle specie aliene è un fenomeno che è sempre esistito e che a volte è avvenuto in modo del tutto naturale. «Gli animali possono compiere migrazioni spontanee, spinti dal bisogno di trovare più cibo e meno predatori», commenta il biologo Mauro Luchelli, esperto di valutazione di impatto ambientale e di monitoraggio dell’ittiofauna per Fla, Fondazione Lombardia per l’Ambiente. «I problemi nascono quando tale dispersione avviene in modo forzato, cioè provocata dall’uomo che libera volontariamente nell’ambiente specie invasive noncurante delle conseguenze. Gli esempi più noti di questa pratica sono quelli del gambero rosso della Louisiana, che ha sovrastato il gambero d’acqua nostrano, o del pesce siluro, della tartarughina dalle orecchie rosse e della nutria, rilasciati nei nostri corsi d’acqua nonostante l’esistenza di leggi che vietino di liberare specie alloctone».

Certo, anche in passato molti animali sono stati trasferiti forzatamente dall’uomo per scopi alimentari o venatori. «Gli antichi Romani, ad esempio, avevano importato dal Nordafrica il daino e l’istrice, due animali che si sono ambientati così bene nel Centro Italia che oggi fatichiamo a contenerli per evitare che danneggino pesantemente il territorio minacciando la biodiversità locale». Anche altri Paesi sono stati colonizzati da animali estranei. Basti ricordare gli effetti devastanti dell’introduzione in Australia del coniglio, giunto nel nuovo continente con la prima colonia penale partita dall’Inghilterra nel 1788.

Non essendoci un corrispettivo australiano del lupo, i conigli si riprodussero facilmente e alcune stime ritengono che abbiano raggiunto nel tempo il numero record di 10 miliardi di esemplari. Per contenere la popolazione di conigli e far fronte ai danni che causano alla vegetazione e all’ambiente (stimati in 113 milioni di dollari all’anno) le autorità australiane sono state costrette a promuovere massicce campagne di caccia.
Solo nel 1995 alcuni ricercatori hanno pensato di eradicare i conigli diffondendo nell’ambiente un virus capace di sterminarli. L’operazione è stata molto discussa, anche per una fuga incontrollata dai laboratori dei moscerini che trasportavano il virus, ma i risultati sono stati efficaci. Oggi si calcola di essere arrivati a una riduzione del 60 per cento dei conigli e un incremento delle specie nostrane minacciate pari al 70 per cento.

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