Robotica: un’industria senza crisi

Robotica: un’industria senza crisi

10 Novembre 2014 0 commenti

 

La robotica

La robotica? Un’industria ricca e solida, che dagli anni Sessanta continua a crescere, a parte qualche occasionale battuta d’arresto. Anzi, una delle poche attività che hanno beneficiato della crisi degli ultimi anni, pur facendo affari in pochi settori e con pochi, grandi clienti. Un po’ come era fino agli anni Ottanta l’industria dell’elettronica, che produceva solo enormi e costosissimi computer per governi e grandi società. I soldi veri iniziarono a girare quando il computer diventò un fenomeno di massa. Allo stesso modo, sono in tanti a scommettere che stia per aprirsi l’era del personal robot, e che i prossimi Bill Gates o Steve Jobs saranno… inventori di robot.

I numeri della robotica

Intendiamoci: di soldi nella robotica se ne fanno già parecchi. I robot industriali che vediamo all’opera nelle catene di montaggio saranno anche poco affascinanti, rispetto ai robot umanoidi e parlanti che ci aveva promesso la fantascienza. Ma si vendono: circa 179 mila l’anno, secondo i dati del 2013 (i più recenti elaborati dalla International Federation of Robotics), per un valore di circa 9,8 miliardi di dollari. E se contiamo tutti i servizi collegati (software, configurazione e progettazione della “cella robotica”, manutenzione), la robotica industriale vale probabilmente tre volte di più. Il mercato più ricco in assoluto è quello cinese, seguito da quello giapponese. Poi vengono Stati Uniti, Corea del Sud e Germania, di gran lunga il primo acquirente (e produttore) di robot in Europa. Il cliente principale è da sempre l’industria automobilistica, che da sola compra circa il 40% dei robot prodotti ogni anno. Il che non vuol dire necessariamente che se va male l’auto vadano male i robot. Anzi. La crisi dell’auto degli ultimi anni ha spinto i produttori a ristrutturare, cioè tagliare posti di lavoro e sostituirli con macchine, per rendere più efficienti ed economiche le catene di montaggio. E lo stesso è successo nell’elettronica, il secondo mercato per importanza. Per la robotica l’effetto della crisi è stato positivo. Prima che iniziasse si vendevano circa 69.000 robot industriali l’anno. Dopo il 2011 siamo passati a 160.000 l’anno.

Robotica? L’Italia in affanno

Fa eccezione l’Italia, dove il mercato automobilistico arranca, ma cala anche la robotica. Si vendono circa 4.700 robot industriali l’anno, cifra che dal 2008 a oggi è scesa di circa il 2% l’anno. E sì che in fatto di tecnologia possiamo vantare una storia di eccellenza come quella di Comau, azienda di robotica nata negli anni Settanta all’interno del gruppo Fiat e cresciuta fino a una dimensione multinazionale. Oggi sforna circa 1.500 robot l’anno, una produzione di tutto rispetto ma molto al di sotto del leader europeo, la tedesca KUKA, che fornisce le fabbriche di Volkswagen e BMW. E che a sua volta non raggiunge i numeri dei grandi produttori giapponesi) che viaggiano sui 20 mila robot l’anno.

Il futuro della robotica

Per il futuro, le previsioni parlano di una crescita continua: all’IFR si aspettano che da qui al 2016 le installazioni di nuovi robot crescano di circa il 6% ogni anno, don punte dell’8% in Asia. E proprio com’è successo negli anni Ottanta per l’informatica, i costi iniziano a scendere aprendo nuovi mercati. Un esempio è Baxter, un robot industriale low cost prodotto dalla statunitense Rethink Robotics, che per circa 25.000 dollari offre anche a piccole e medie imprese la possibilità di mettersi in fabbrica un automa e farlo lavorare accanto agli operai in carne ed ossa. Baxter non solo costa una frazione dei grandi robot industriali (che hanno prezzi di listino da centinaia di migliaia di dollari), ma è facile da configurare: basta guidargli i polsi per “insegnargli” il movimento che deve compiere. Storia simile quella di Universal Robots, casa danese che produce suoi bracci robotici low cost (22.000 dollari) progettati per lavorare accanto agli esseri umani (lo fanno già nello stabilimento Volkswagen di Salzgitter, in Germania), e che vanno alla grande: le vendite sono aumentate di 40 volte negli ultimi 4 anni. Fuori da lì, nella cosiddetta robotica di servizio, i blockbuster si contano sulle dita di una mano. Ci sono i droni e gli altri robot per usi militari, un mercato da 840 milioni di dollari l’anno. C’è il robot chirurgo Da Vinci, della statunitense Surgical Robotics, che in 10 anni ha venduto oltre 2.200 pezzi (a 2 milioni di l’uno) a ospedali di tutto il mondo. Ma se parliamo di mercato “consumer”, l’unico robot entrato davvero nelle case della gente è l’aspirapolvere Roomba prodotto dall’americana iRobot. Assieme ai suoi fratelli Scooba e Mirra (il primo lava i pavimenti, il secondo pulisce jiscine), viaggia su fatturati oltre i 400 milioni di dollari l’anno. Un grande successo, ma isolato.

Gli acquisti di Google

Diversi segnali, però, fanno pensare che Roomba sia solo l’apripista e che l’era del personal robot sia dietro l’angolo. Lo deve pensare anche Google, che ha dedicato l’ultimo anno a fare shopping di aziende del settore. Ne ha comprate 8, per IO circa 100 milioni di dollari, e un’occhiata a cosa fanno quelle startup può dare qualche indizio su come Google vede il futuro della robotica. C’è Bot & Dolly, i cui robot dai movimenti precisi al millimetro sono stati usati per muovere le telecamere durante le riprese del film Gravity. C’è Boston Dynamics, che produce Atlas, un robot antropomorfo molto robusto, usato dai militari USA in alcuni esperimenti di robotica sul campo (di battaglia, si intende). Per proseguire con Redwood Robotics, specialista nelle mani robotiche; Schaft che produce potenti attuatori elettrici, cioè “muscoli” robotici in grado di fornire rapidamente grandi quantità di energia, per esempio a un braccio meccanico. E così via. Tecnologie, più che robot completi.

L’impressione è che Google voglia mettersi in casa i fondamentali (motori, pinze, gambe e ruote) per essere pronta quando salterà fuori un robot che sfondi sul mercato consumer. Secondo Bruno Siciliano, docente all’Università di Napoli e tra i maggiori esperti italiani di robotica, «la scommessa di Google Robotics è fare un robot “plug and play” (collega e usa, ndr), facile da usare, e farne un veicolo per vendere servizi basati sui suoi dati, come ha fatto con cellulari e tablet». Le startup entrate nella scuderia Google sono la punta di una “primavera” di piccole aziende di robotica, spesso nate nei garage o nelle aule di università. Ce ne sono anche in Italia, anche se fanno più fatica a trovare fondi perché mancano magnati come Brin e Page: da Surgica Robotica a Verona che produce robot chirurgici low cost, a Hands di Milano che produce Adam, un “maggiordomo” robotico che abbina funzioni di sorveglianza e gestione a distanza degli elettrodomestici. Un fermento che, ancora una volta, ricorda da vicino quanto succedeva nei garage americani prima dell’esplosione del personal computer.

Personal robot? Non più un sogno

Cosa manca allora per arrivare al personal robot? Per capirlo, chiediamoci prima di tutto cosa dovrebbe fare. Spazzare i pavimenti è una bella cosa, e infatti Roomba vende molto. Ma ci sono tanti altri lavori che faremmo volentieri fare a una macchina. Stirare, mettere in ordine, montare mensole, dipingere le pareti, trasportare pesi, consegnare pacchi… Tutte cose ancora fuori dalla portata degli automi. Il collo di bottiglia non è l’intelligenza, sono le parti in movimento. Perché la robotica diventi pervasiva, bisogna prima risolvere questo problema. E il paradosso descritto dallo psicologo Steven Pinker nel libro L’istinto del linguaggio: la più grande lezione della storia dell’intelligenza artificiale è che i problemi difficili sono facili e i problemi facili sono difficili. Ovvero: si è rivelato molto più facile costruire computer che giocano a scacchi, guidano aerei o giocano in Borsa, piuttosto che macchine che cucinano o tengono in ordine il giardino. E non è la potenza di calcolo ciò che manca ai robot: sono le abilità manuali.

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